19 Dicembre 2013, ore 19:45

E così sono partita.

Ancora non sono arrivata quindi è presto per cantar vittoria, ma ho fiducia nella cieca fortuna.  Seduta in un corridoio dell’aeroporto Sabiha Gökçen di Istanbul non faccio altro che pensare a che cosa mi aspetta.

Ho le farfalle nello stomaco; non ricordo l’ultima volta in cui ho provato questa sensazione viscerale di eccitamento mista alla paura, come mentre davanti allo specchio ci si prepara per uscire con un ragazzo per la prima volta. È la consapevolezza di non sapere cosa mi aspetta. Quando si parte senza hotel, senza piani e senza amici, tutto acquista un sapore diverso. Per la prima volta sono sola: non ho nessuno con cui lamentarmi delle attese e con cui giocare a carte in aeroporto, ma neanche nessuno con cui dover decidere, e soprattutto nessuno da svegliare al mattino (si Amira, parlo di te). Decido solo io: se partire, se restare, dove andare. È una libertà in equilibrio.

Chissà come sarà il campo, chissà che cosa imparerò, chi incontrerò, come cambierò. Sono partita a cuor leggero senza nessuna aspettativa; i miei occhi sono vuoti e aspettano di essere riempiti, i miei pregiudizi aspettano di essere distrutti, le mie convinzioni di essere smentite, le mie mani di essere strette da altre mani.

Oggi parto per un’avventura, ma ancora non lo so.

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